Occupare il cyberspazio
Ho deciso di dare il mio contributo al tema di questo mese della Sagra IndieWeb, ovvero la Sovranità Digitale, tutto quell'insieme di cose che ci permette di avere il controllo sui nostri dati, la tecnologia e la nostra presenza sul web. Proprio su quest'ultimo punto comincio a sentire un certo senso di urgenza.
Internet come terzo luogo
Ho sempre visto il web come un terzo luogo, uno spazio sociale paragonabile a biblioteche, circoli o piazze; luoghi di socialità informale, paralleli alla casa e all'ambiente di lavoro.
Per me internet è stato il primo rifugio incontrato cercando posti dove parlare di cose che all'epoca erano considerate un po' da sfigatinɜ come i videogiochi e i fumetti. E in questo ha svolto molto bene la sua funzione.
Sin da subito ho trovato una serie infinita di mini siti zeppi di informazioni e forum di discussione specializzati su cui ho conosciuto alcune delle persone che considero ancora oggi, a una quindicina d'anni di distanza, tra le mie preferite.
Poi i videogiochi e i fumetti sono diventati un po' meno da sfigatinɜ, Facebook ha iniziato a diventare popolare ed io ero felice: nel mio posto preferito, internet, ora c'erano tuttɜ!
Metanaufragio
È durato molto poco. Senza che nemmeno me ne accorgessi, il web è cambiato rapidamente sotto ai miei occhi fino a diventare sempre più respingente: le discussioni che prima mi arricchivano ora venivano soffocate dai litigi, i thread pieni di informazioni preziosissime inghiottiti da fitti e indistricabili rovi di disinformazione, algoritmi, pubblicità ovunque, perché se non paghi il prodotto sei tu ed è svanita la magia.
Internet chiaramente ho continuato a frequentarlo, come tuttɜ, ma un po' come si passa ancora dalla piazza di paese anche se ormai è deserta, o frequentata dai soliti quattro avvelenati e quel baretto che ti piaceva così tanto ha ormai chiuso da anni, sostituito da uno di quei non posti con le slot in cui non sorge mai il sole e di cui non ho mai capito il senso.
Con questo genere di paragoni mi sono reso conto che sul web in realtà non è successo nulla che non sia già successo prima o altrove, forse proprio in questo possiamo trovarci una nota positiva.
Accorgersi delle trasformazioni che colpiscono lo spazio fisico è un po' più facile rispetto a farlo nel web, c'è chi rifiuta le logiche del profitto, si oppone alla tendenza e occupa gli spazi per restituirli alla collettività. Fioriscono centri sociali e circoli che definiscono le proprie regole, non imposte dall'alto, ma negoziate dal basso tra coloro che abitano quegli stessi spazi.
Internet ha bisogno della stessa operazione.
Assalto alle piattaforme1
Una biblioteca che decide cosa farvi leggere, un bar che si appunta tutto quello che ordinate a colazione, con chi parlate, di cosa e per quanto tempo per poi rivendere tutte queste informazioni al miglior offerente, unə edicolante che taglia dai giornali gli articoli che non vuole vediate. Sarebbe assurdo, no?! Eppure quando queste richieste vengono dal web le accettiamo senza battere ciglio.
Le piattaforme ci hanno abituato ad accettare unilateralmente le loro condizioni attirandoci con spazi apparentemente gratuiti e funzionali, ma che in definitiva non sono altro che concessioni precarie spacciate per diritti.
Se un locale si comportasse come nell'esempio basterebbe sceglierne un altro per risolvere, almeno in parte, il problema. Sul web invece c'è l'illusione che non esistano alternative.
È qualcosa che le piattaforme hanno ricercato attivamente: rendendo tutto alla portata di qualche click, hanno di fatto cancellato la necessità di conoscere i concetti alla base del web degli albori. E se pensiamo che non ci siano alternative, o che siano troppo difficili, siamo destinatɜ a restare legatɜ alle aziende.
Nei primi anni 2000 la barriera tecnica per avere una presenza su internet era sì più alta, ma garantiva consapevolezza e pluralità. Sapevamo dove erano i nostri dati, come venivano trattati e se un portale diventava invivibile ne nasceva subito un altro.
Come consumatorɜ abbiamo la possibilità di dissentire prima di tutto rivendicando un utilizzo più trasparente e rispettoso dei nostri dati, anche attraverso le istituzioni che ci dovrebbero tutelare, ma vengono spesso messe al servizio degli stessi interessi privati che ledono la nostra sovranità digitale.
Ci sono già stati alcuni esempi in cui comunɜ cittadinɜ hanno provato a far valere i propri fastidi in ambiti istituzionali, penso ad iniziative come Fight Chat Control o Keep Android Open (attualmente in corso), ma non è sempre sufficiente, a volte l'iniziativa individuale è necessaria per vedere un cambiamento.
Le alternative2
Scegliere alternative libere, che rispettino chi le usa e i suoi dati, è fondamentale e, a differenza di quanto vogliano farci credere, esistono, sono tante e la maggior parte sono anche comode.
Nel resto del capitoletto non farò altro che elencare alternative senza esprimere molte opinioni, se è troppo tecnico, oppure se pensi di sapere già tutto, passa pure al successivo!
L'esempio più immediato è Mastodon, nello specifico livellosegreto.it, che potrebbe, potenzialmente, sostituire Instagram e Twitter in un colpo solo (e su cui ho scoperto questa fantastica sagra blog).
Crearsi un profilo è molto semplice, non servono competenze tecniche per usarlo e, se un giorno le cose dovessero naufragare, si possono fare i bagagli e spostare tutto su una micro piattaforma simile, senza perdere nulla.
Prendendo spunto da Gilberto, che ha lanciato il tema di questo mese, se cancellassero il tuo account Google cosa faresti? A posteriori probabilmente poco, ma nel frattempo puoi scegliere di usare un altro motore di ricerca, sostituire Chrome con Firefox o un altro browser libero, trasferire la tua mail su Proton, Tuta, o qualsiasi altro provider meno ingordo di dati.
Farsi queste domande e provare queste soluzioni richiede solo la voglia di mettersi in gioco, in cambio ci rendono più consapevoli e meno dipendenti dalle grandi piattaforme, così da ridurne lo strapotere.
Le piattaforme
Mi rendo conto che fare scelte di questo tipo richieda un certo sforzo, voglio dire, posso fare il dito medio a WhatsApp, passare a xmpp e pensare di essere meglio dellɜ altrɜ, ma se non voglio perdermi nemmeno un gattino del buongiorno dalla mia cara zietta sono in qualche modo ancora costretto a rimanere nel giro.
Il discorso qui si fa complicato, continuare ad utilizzare le grandi piattaforme proprietarie significa incentivarne il modello distopico a cui ci hanno tristemente abituato, abbandonarle finisce per tagliarci fuori dall'ennesimo luogo terzo.
Così come tuttɜ scendiamo a compromessi rispetto ai boicottaggi, lo stesso è possibile sul web. Decidere di continuare ad usare questo o quel portale, facendosi le domande scomode per diventare consapevoli dei costi nascosti e delle implicazioni etiche, è assolutamente un'opzione, specialmente se si tengono le orecchie tese, prontɜ ad abbandonare la nave alla prima buona occasione.
Il più grande atto rivoluzionario di questo periodo storico è compiere scelte coscienti.
Cyberoccupazione
La sovranità non ci verrà concessa, tocca a noi pretenderla, rifiutare la comodità degli algoritmi, imparare a maneggiare i nostri dati e creare spazi indipendenti dove dare voce alle nostre istanze.
Se nelle città l'occupazione di uno spazio abbandonato restituisce vita e valore ai quartieri, vorrei che questo avvenisse anche online: che smettessimo di essere merce e ricominciassimo ad essere abitanti del web.
Ripensiamo internet, ricostruiamolo come uno spazio organico fatto di informazioni curiose e scoperte fortuite, solo così riusciremo di nuovo a viverlo come una risorsa per la collettività.
Grazie mille a g_ailu@livellosegreto.it che mi ha corretto un po' il testo e poi si è addirittura iscritta a Mastodon
Note
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Ops, questo l'hanno già usato: Kenobit, Assalto alle piattaforme, agenziax.it/assalto-piattaforme. ↩
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Porca misera, anche questo! lealternative.net ↩